Saggi Storici
Quaderni Brembani

Edizioni Centro Storico Culturale Valle Brembana, Corponove, Bergamo

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Rinvenuti vari ducati veneti a Poscante di Zogno
(n. 6, 2008)

 

Qualche tempo fa sono state trovate durante i lavori di restauro di un’antica casa, in territorio di Poscante, circa 35 monete d’argento massiccio. Erano custodite in una nicchia ben nascosta di un muro presso un camino e ovviamente grande è stata la sorpresa dei proprietari dell’edificio per questa scoperta.
Si tratta di un gruppo di monete usate durante la Repubblica Veneta, del tipo ducato, appartenenti però a varie epoche storiche in quanto in esse si riconosce facilmente l’abbreviazione del nome di  alcuni dogi che, governando, hanno dato ordine di coniare le monete stesse.
La maggior parte di queste fanno riferimento al doge Domenico Contarini che resse la Repubblica dal 1659 al 1675, qualcuna al doge Alvise Contarini che governò dal 1678 al 1684, qualcuna al doge Marcantonio Giustiniani che governò dal 1684 al 1688 e qualcuna infine al doge Francesco Morosini il cui mandato si estese dal 1688 al 1694.  Nel gruppo di monete si riconoscono anche sei mezzi ducati, sempre d’argento massiccio, che per quanto riguarda l’iconografia riportano gli stessi simboli presenti sui lati dei ducati interi ma che sul lato rovescio portano la scritta “MEDI-DUCAT-VENET” anziché la scritta “DUCATUS-VENETUS” oltre a presentare una dimensione ed un peso inferiori.  I ducati interi infatti hanno tutti un diametro medio di 38 millimetri, uno spessore medio di 2 millimetri ed un peso che oscilla attorno ai 22 grammi. I mezzi ducati invece hanno un diametro medio di 27 millimetri, uno spessore che a mala pena arriva a 1,3 millimetri ed un peso di poco superiore alla metà di quelli interi.

Tutte queste monete portano sul lato diritto e su quello rovescio la stessa tipologia di figure. Per l’esattezza sul diritto si nota l’effige di S. Marco Evangelista seduto in trono mentre consegna il vessillo, simbolo del potere, al doge inginocchiato ai suoi piedi il quale in genere con la mano sinistra afferra il vessillo mentre con la destra, appoggiata sul cuore, esprime un gesto di sottomissione e di profonda devozione al santo (foto-1). Il doge inoltre indossa il caratteristico cappello simile al cappello frigio dei rivoluzionari francesi ma a differenza di quello non di panno morbido e floscio ma di panno irrigidito. Attorno alla scena, lungo il bordo circolare, appare sempre la sigla S-M-V (a volte S-M-VEN o S-M-VENET) che è la dedica a S. Marco patrono di Venezia seguita dal nome del doge le cui abbreviazioni non seguono mai regole fisse.  Ad esempio per Domenico Contarini si legge DOMIN-CONT; per Alvise Contarini ALOYSIUS-CONTARE; per Marcantonio Giustiniani si legge M-ANT-IUSTINIANUS; per Francesco Morosini FRAN-MAUROS.  Dopo il nome appare sempre la sigla abbreviata  -D- o in esteso  DUX (duce, doge) che sancisce la carica politica ricoperta dal protagonista della scena.  In basso al centro, sotto l’asta del vessillo, appaiono sempre le iniziali di chi ha diretto materialmente il conio della moneta, cioè il responsabile della zecca per conto della Repubblica Veneta vale a dire chi aveva il dovere di verificare la qualità dell’argento (o dell’oro), l’esatto peso e la buona fattura della moneta. In gergo questa persona era conosciuta anche col nome di “massaro” (1).

 Sul lato rovescio invece campeggia sempre il classico simbolo della Repubblica Veneta (foto-2) : il leone alato andante verso sinistra per chi guarda, con la testa cinta dall’aureola, con una copia aperta del vangelo tra le zampe anteriori recante la scritta “Pax Tibi Marce Evangelista Meus”, con le zampe posteriori immerse in parte nell’acqua e con uno sguardo intenso rivolto verso chi osserva la moneta. Davanti al muso inoltre è schematizzata, vista in lontananza, una collina con in cima una roccaforte simbolo della terraferma veneta. La tradizione popolare ha sempre definito questo simbolo della Repubblica col nome di “Leone da Terra e da Mar” per indicare che la potenza di Venezia si estendeva sia sui mari che sulla terraferma. Attorno all’immagine, lungo il bordo circolare, è incisa la scritta abituale di “DUCATUS-VENETUS” o di “MEDI-DUCAT-VENET” a seconda che si riferisca al ducato intero o al mezzo ducato. Nella parte inferiore centrale, separata da una linea, appaiono tre stelline.

In tempi anteriori al 1600 i ducati veneti riportavano delle figure diverse. Ad esempio sul rovescio al posto delle tre stelline vi era il valore legale del ducato d’argento espresso in soldi (124) oppure sul lato diritto vi era a volte sia S. Marco che il doge in piedi. A volte invece sul rovescio, specie nei ducati d’oro più antichi detti zecchini di dimensioni assai inferiori però, vi era il Cristo Redentore benedicente entro un ovale (2). Nel ducato d’argento a volte appariva anche la figura di S. Giustina, vergine e martire, per ricordare una vittoria navale della Repubblica Veneta ottenuta nel giorno dedicato a questa santa (7 ottobre) legata alla vittoria di Lepanto (1571) dopo la quale tuttavia per motivi politici Venezia dovette cedere per sempre l’isola di Cipro ai Turchi.

In tempi ancora più antichi fu coniato un ducato d’oro o zecchino che riportava il doge Nicolò Tron a mezzo busto nel 1472. Fu proprio per contrastare la tendenza al protagonismo di alcuni dogi che il Maggior Consiglio il 3 agosto 1473, con sede dogale vacante, decretò che da quel momento in poi il ritratto del doge sulla moneta ufficiale dovesse essere solo quello di una persona inginocchiata davanti a S. Marco Evangelista, patrono di Venezia, mentre riceve il vessillo per ricordare e ribadire che il vero signore della Repubblica Veneta era S. Marco e non il doge il quale, in qualità di vessillifero, era solo il delegato ad esercitare temporaneamente il potere in sua vece.     (foto-3 - foto-4 - foto-5)

Esiste anche un ducato del doge Marino Grimani (1595 – 1606) in cui è il leone stesso, simbolo di S. Marco, a porgere il vessillo al doge inginocchiato (3).

Può essere interessante a questo punto ricordare brevemente come è nato e si è sviluppato il legame strettissimo tra il leone alato, S. Marco e la Repubblica di Venezia, fatto questo non molto noto al grande pubblico.   

Il primo abbinamento tra il leone alato e l’evangelista S. Marco risale all’interpretazione di una visione presente nell’Apocalisse di S. Giovanni Evangelista data da S. Gerolamo, uno dei dottori della Chiesa, nel 398 dopo Cristo. In questa visione Dio appare in trono circondato da 24 vegliardi e da quattro figure, assai vicine a Dio, aventi le sembianze di bestie con le ali ma anche fattezze umane: la prima è simile ad un leone, la seconda ad un vitello, la terza ad un’aquila mentre la quarta  è più simile ad una persona ma sempre con le ali. L’identificazione del leone alato con l’evangelista S. Marco fornita da S. Gerolamo, benché contestata da altri teologi del suo tempo, si affermò abbastanza rapidamente e fu accolta nella tradizione religiosa di area cristiana-latina.   (foto-6)

L’abbinamento tra S. Marco e Venezia deriva invece da una leggenda, nata con scopi politici e patriottici, che divenne universale in area veneta sul finire del 1200 secondo cui mentre S. Marco si recava da Aquileia a Roma durante i suoi viaggi di evangelizzazione, in sosta nella laguna veneta, vide in sogno un angelo che gli disse : “Pax tibi Marce, evangelista meus, hic requiescat corpus tuum (pace a te o Marco evangelista mio, qui riposi il tuo corpo)” predicendogli dove sarebbe stato sepolto il suo corpo dopo la morte (per l’appunto vicino a Venezia). Si noti in modo fondamentale,  e non a caso, che la prima parte di questa frase è quella riportata nel vangelo aperto tra le zampe del leone alato usato come simbolo della Repubblica Veneta. E’ importante ricordare comunque che, al di là della leggenda, storicamente ci sono numerosi scritti legati alla tradizione popolare, non ai documenti ufficiali, che si spingono fino al VI secolo dopo Cristo e che sostengono con forza un passaggio di S. Marco nell’area di Aquileia, centro di notevole importanza in epoca romana. Questa credenza che serpeggiava da tempo ovviamente fu la premessa ideologica per giustificare la traslazione del corpo del santo da Alessandria d’Egitto a Venezia avvenuta attorno all’828 dopo Cristo ad opera di mercanti lagunari.  Questo fatto fu uno dei motivi più importanti su cui si basò la politica di Venezia alle sue origini per affermare la sua autonomia di città e di stato sia dall’impero bizantino che da quello carolingio entrambi tentativi falliti di far rivivere il cessato e glorioso impero romano. Non a caso il leone alato andante, con le zampe posteriori immerse nell’acqua, secondo alcuni studiosi vuole significare proprio che Venezia fu una potenza nuova rispetto al mondo antico, sorta dalle acque e indipendente sia dalla capitale dell’impero romano d’occidente, Roma, che da quello d’oriente, Costantinopoli.

E’ utile ricordare anche che ci sono alcune varianti, meno frequenti, del leone alato andante: a  volte esso cammina verso destra per chi guarda anziché verso sinistra; a volte il vangelo tra le zampe appare chiuso e infine a volte le zampe anteriori impugnano una spada. Secondo la tradizione popolare il vangelo chiuso e la spada significano che il simbolo fu dipinto, scolpito o inciso in periodo di guerra. Secondo gli studiosi invece soprattutto la spada vuol dimostrare che Venezia sapeva governare sia con un equilibrato senso della giustizia di ispirazione cristiana sia, all’occorrenza, con una buona dose di fermezza e autorità nella difesa dei propri interessi.

Il doge Domenico Contarini, referenziato nella maggior parte delle monete trovate a Poscante, fu uno dei dogi cui si deve il maggior numero di tipi di conio (foto-7). Egli infatti fece coniare anche il doppio scudo, il mezzo scudo, il quarto e l’ottavo di scudo, il doppio ducato, il soldo, il bezzo, il barattino e il ducatello. Il ducato veneto voluto dal Contarini inoltre fu il quarto tipo di ducato, per quanto riguarda la forma, ad essere coniato e fu talmente apprezzato da risultare il ducato ufficiale sino alla caduta della Repubblica Veneta avvenuta nel 1797. La sua qualità, il suo facile riconoscimento, le sue dimensioni e il suo peso furono tanto apprezzati da essere usato come moneta corrente, in campo commerciale, anche in paesi stranieri come in Francia, in gran parte dell’Europa dell’Est, nel medio Oriente e in India fino a quasi tutto il XVIII secolo.

Rimane da chiedersi ora come un simile tesoretto, in quanto in epoca veneta questo gruzzolo di monete rappresentava un cospicuo valore, sia potuto finire in un casolare che oggi appare abbastanza sperduto e lontano dal vivere quotidiano moderno. Queste monete infatti sono state rinvenute in una casa che fa parte dell’antica località conosciuta come Prato Pradetto (in dialetto bergamasco Parpaèt). Questa casa tuttavia insieme a vastissimi terreni adiacenti, per l’esattezza alcune centinaia di ettari (si ricordi che un ettaro equivale a 10.000 metri quadrati), al momento dell’impianto del catasto austriaco nel 1853 risultavano ancora di proprietà dei fratelli Angelo ed Elisabetta Marconi fu Alessio (4) discendenti dall’antichissima e nobile famiglia Marconi di Zogno   che a Bergamo e a Zogno già nel corso del 1600 svolgeva attività commerciali di spicco nel campo delle lane e dei trasporti di varie merci (5). Non dovrebbe apparire così strana dunque la presenza  di una cospicua somma di denaro contante in una delle numerose case di questi signori.  Nella seconda metà del XIX secolo per motivi di successione tutte le vaste proprietà indicate, che si trovavano nel piccolo comune di Piazza Martina confluito poi in quello di Poscante e più tardi, nel 1928, in quello di Zogno e che si spingevano sino alle ultime propaggini del Canto Alto, attraverso una serie di compra-vendite incominciarono ad essere smembrate e passarono in parte per breve tempo nelle mani di certi Pacchiana di Poscante e poco dopo, negli ultimi anni del 1800, nelle mani della famiglia Gavazzi, pure di Poscante, appartenente al ramo cosiddetto de “I Giganti” ai quali appartengono ancora oggi.

Agli eredi Gavazzi va il sentito ringraziamento dell’autore per aver permesso la ripresa fotografica delle monete e per aver reso possibile questa ricerca storica.      

                                                                                   

BIBLIOGRAFIA

1) Cesare  Gamberini  di  Scarfea: Prontuario Prezzario delle monete, oselle e bolle di Venezia; Ed. La Numismatica, terza edizione, Brescia 1980.
Gianpietro Basetti e Vezio Carantani: Monete della Civica Biblioteca “Angelo Mai” di Bergamo”,  Ed.  Biblioteca Civica Angelo Maj e Circolo Numismatico Bergamasco, Bergamo 2003.

2)  Per inciso si ricorda che una delle più belle collezioni di zecchini d’oro veneti (oltre 200 pezzi) si può osservare al Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo a Chieti. Essi furono rinvenuti tutti insieme in un ripostiglio in un muro di una casa di Giulianova, località di quella regione. Sono tutti in ottimo stato di conservazione e sono molto antichi risalendo a vari anni del 1300.

3) G. Orlandini: Catalogo di una serie di Monete dei Dogi Veneti, tipografia Castion, Portogruaro, 1855.
Perini Quintilio:
Le monete di Treviso descritte ed illustrate, tipografia Ugo Grandi, Rovereto 1904;
Le monete di Verona descritte ed illustrate, tipografia Ugo Grandi, Rovereto 1902;
Le monete di Padova descritte ed illustrate, tipografia Ugo Grandi, Rovereto 1900.
Al Museo Correr di Venezia ci sono inoltre vari cataloghi di quasi tutte le monete coniate dalla Repubblica Veneta durante la sua lunga storia. 

4) Archivio di Stato di Bergamo: Fondo Mappe Catastali del Lombardo Veneto, Piazza Martina rettificata nel 1845, mappali n. 159, 560; Catasto e Rubrica di Piazza Martina.

5)  Giuseppe Pesenti: Le Rogge di Zogno, Ed. Archivio Storico S. Lorenzo, Zogno, 1997.