Saggi Storici
Quaderni Brembani

Edizioni Centro Storico Culturale Valle Brembana, Corponove, Bergamo

1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15


Il progetto inedito della ricostruzione austriaca del ponte di San Nicola a San Pellegrino
(n. 5, 2007)

 

E’ abbastanza noto che il ponte di S. Nicola a S. Pellegrino fu realizzato in pietra nel 1471 [1] grazie al lascito di un benefattore, certo Bertramo Sonzogno di Sussia, grazie ad alcuni contributi dell’Ordine dei frati Agostiniani, che in quegli anni stavano completando il vicino convento di S. Nicola sulla riva orografica sinistra del Brembo e grazie ai contributi dei comuni, allora separati, di S. Pellegrino e Piazzo Basso. Non è dato sapere con certezza se il ponte avesse tre arcate ma è assai probabile di sì poiché a quel tempo la tecnica non permetteva di costruire archi ad andamento parabolico od ellittico per cui con archi a tutto tondo per superare in quel punto l’alveo del Brembo, abbastanza ampio, era necessario ricorrere a più arcate (almeno tre o più).

Secondo il Celestino e altri cronisti dell’epoca l’eccezionale piena del Brembo dell’agosto 1493 distrusse ben 24 ponti in Valle Brembana. Solo tre si salvarono: quello di Sedrina detto però a quel tempo di Zogno, quello di Ponte S. Pietro e quello di S. Vittore a Brembate Sotto [2]. Se la distruzione del ponte di S. Nicola da parte di questa piena, come lascia intendere il Celestino, fosse stata assai cospicua, la sua ricostruzione avrebbe richiesto sia molto tempo che molto denaro, come avvenne del resto anche per la costruzione originaria, ed è difficile pensare che poco dopo il 1493 non sia rimasta alcuna traccia documentativa sia a livello notarile che a livello pubblico delle lunghe pratiche ufficiali che devono essere intercorse tra i due comuni di S. Pellegrino e Piazzo Basso per una ricostruzione impegnativa di questo manufatto. Considerata la sua ancor giovane età è più probabile dunque che sia caduta solo un’arcata e che sia stata rifatta in tempi ragionevolmente brevi senza troppe formalità e senza cambiare la struttura essenziale primitiva del ponte. Purtroppo, al momento, di ciò non è dato sapere con certezza. 

Dalla famosa relazione del Capitano di Bergamo Giovanni da Lezze, risalente al 1596, risulta invece con certezza per la prima volta che il ponte di S. Nicola è già abbastanza antico ed è costituito da tre belle arcate. Non sono fornite però le dimensioni reali, nemmeno indicative.

Da vari documenti sia del XVII che del XVIII secolo il ponte in oggetto è descritto semplicemente come ponte a tre “volti” (archi) attorno al quale devono essere effettuati lavori di ordinaria manutenzione di costo limitato. Non emergono ulteriori particolari nemmeno in occasione della piena eccezionale del Brembo del giugno 1646, ricordata in una famosa lapide a Ponte S. Pietro, e che storicamente è seconda per distruzioni provocate solo a quella del 1493 [3].

Qualche dettaglio in più si ricava dai documenti che descrivono una piena del 1783, notevole ma non eccezionale, in cui si afferma che sarebbe crollato l’arco adiacente alla sinistra orografica del fiume, verso Piazzo Basso. In altri documenti contemporanei si precisa invece in modo più rigoroso che era stato reso pericolante il pilastro compreso tra il grande masso roccioso nel centro dell’alveo del fiume, ancora oggi esistente, e la riva sinistra. Ciò è una conferma indiretta che il ponte presentava ancora la struttura a tre arcate in quanto per forza di cose esisteva anche un’altra arcata tra questo masso e la riva destra. Ad ogni modo l’arco crollato, o seriamente leso, fu rifatto completamente e il pilastro in questione rinforzato nel breve volgere di qualche anno. Pare comunque che questi interventi non fossero compiuti con la dovuta competenza e diligenza a causa della scarsità delle risorse economiche che penalizzava i bilanci di tutti i comuni sul finire del governo veneto. 

Nel febbraio del 1809 in effetti il sindaco di S. Pellegrino, certo Mascheroni, inviava all’amministrazione del Dipartimento del Serio una richiesta di contributi per la riparazione urgente del pilastro del ponte di S. Nicola posto tra il masso roccioso in mezzo al Brembo e la riva sinistra, reso traballante da una recente piena ordinaria del fiume. Il sindaco molto acutamente osservava tuttavia che ciò che costituiva un pericolo per quel pilastro e per l’intero ponte non era l’acqua impetuosa delle piene ma i tronchi d’albero galleggianti sulle acque durante le “condotte” (trasporti) lungo il fiume richieste dai commercianti di legname, diventate sempre più numerose negli ultimi tempi col crescere delle esigenze della società. Questi tronchi come arieti colpivano ripetutamente a gran velocità, ad altezze diverse, le pietre del pilastro incastrate tra di loro a secco disalveandole dalle loro sedi e indebolendo gravemente la struttura portante del pilastro stesso. Secondo il sindaco Mascheroni anche la spalla dell’arcata adiacente alla riva destra era stata logorata in modo sensibile da questi urti. La spinta dell’acqua delle piene poi faceva il resto [4].

Anche in questa occasione la riparazione dei manufatti si rivelò difficile, contrastata e lunga a causa di rimpalli di responsabilità tra i comuni di S. Pellegrino, Piazzo Basso e l’amministrazione del Dipartimento del Serio che incolpava questi comuni di scarsa manutenzione. Da questo carteggio tra l’altro si apprende che i costi di gestione del ponte da antica data spettavano per due quinti a S. Pellegrino e per un quinto ciascuno a Piazzo Basso, Piazzo Alto e Dossena. Però S. Pellegrino da sempre aveva il diritto di decidere da solo la qualità e la quantità degli interventi da farsi coi relativi costi, il che non di rado era fonte di incomprensioni fra i componenti di questo consorzio.

Una prova indiretta della scarsa efficienza degli ultimi interventi si ha da una lunga corrispondenza dell’autunno del 1818 tra i comuni appena indicati, l’autorità competente del Distretto di Zogno e l’amministrazione dell’Imperiale Regia Delegazione Provinciale di Bergamo in cui si afferma che il solito pilastro del ponte di S. Nicola ”posto a levante” sta per crollare e che si richiede un cospicuo contributo per una riparazione urgente. Il tecnico Giovanni Bonetti, responsabile in materia per il Distretto di Zogno, aveva steso un progetto che prevedeva di conficcare alla base e attorno al pilastro una fitta rete di pali a forma di “gabbione da riempirsi con scaglioni di grosse pietre” in modo da difendere il manufatto dalla corrente del fiume. Questo progetto fu però bocciato dall’ingegnere di prima classe Piantoni di Bergamo che lo giudicò inutile e dispendioso e lo sostituì con un altro, da lui redatto, che prevedeva di scavare sul fondo del fiume, a monte del pilastro, un basamento per un nuovo muro di pietra a forma di cuneo, alto circa tre metri, per rompere la forza dell’acqua.

All’osservazione critica di Bonetti e di tutti i comuni interessati che nessuno in Valle Brembana era in grado di svolgere questo lavoro sia perché significava deviare momentaneamente tutta l’acqua del fiume (cosa assai difficile), sia perché tale scavo effettuato vicino al pilastro avrebbe di certo fatto cadere il pilastro stesso, sia infine per gli elevati costi, Piantoni replicò che con l’aiuto di tecnici e ingegneri delle Pubbliche Costruzioni di Bergamo tale opera si sarebbe svolta senza grossi problemi. Cosa che avvenne effettivamente nell’arco di circa tre anni non senza strascichi polemici per i forti costi sostenuti dai comuni interessati nonostante il contributo di 334 lire austriache dalla provincia e altre somme, non precisate, fornite  dal Distretto di Zogno [5].

Che anche l’intervento Piantoni comunque non fosse una soluzione definitiva ma temporanea si capisce dal fatto che pochi anni dopo, in conseguenza della forte piena del Brembo del 27 agosto 1834, il ponte di S. Nicola divenne di nuovo intransitabile perché tutte le arcate risultavano scosse, in particolare quella verso la riva destra come aveva previsto non molti anni prima il sindaco Mascheroni. A questo punto intervenne in modo più decisivo l’amministrazione provinciale, trattandosi di un ponte che serviva vari comuni, introducendo però un concetto nuovo nella ricostruzione completa che appariva ormai inderogabile. Sull’esempio di quanto si stava facendo a Ponte S. Pietro, grazie a tecniche nuove, si decise di ricorrere ad una struttura di archi parabolici che permettevano una più ampia luce e quindi meno appoggi nell’alveo del fiume.

Si cominciò col rifacimento completo dell’arco che si appoggiava alla riva destra grazie ad una spalla che sporgeva parecchio verso il centro del fiume. Questa spalla fu eliminata in modo che la nuova arcata poggiasse direttamente o quasi sulla roccia viva della sponda destra e sul grande masso in mezzo al fiume. Questo arco aveva una luce di circa 21 metri [foto-1]. Così facendo l’alveo del fiume risultò assai più sgombro, per certi versi più largo, e l’acqua e i tronchi d’albero ebbero più spazio per passare. Questa arcata fu progettata dall’ingegnere di Bergamo Cavagnis ma realizzata entro il 1838 dall’impresario e architetto Pietro Cortinovis di Zogno. In questa occasione le due vecchie arcate verso la riva sinistra furono soltanto riparate. Ma poco dopo, a causa di un’altra piena ordinaria avvenuta nel 1842, anche queste caddero definitivamente. L’ingegnere di Bergamo Dolci progettò allora un secondo ed unico grande arco parabolico, assai ardito, con una luce di ben 26 metri poggiante sul masso roccioso in mezzo al fiume e su una spalla sulla riva sinistra [foto-3], comunque meno sporgente di quella vecchia verso il centro del fiume. Si pensi per confronto che dagli stessi documenti austriaci risulta che le tre vecchie arcate, dalla riva destra verso la sinistra, avevano rispettivamente una luce di 10, una di 12 e una di 9 metri, che esistevano sulle rive due spalle di 5 e 11 metri e che il pilastro nell’alveo aveva una sezione trasversale di oltre 4 metri! Con queste caratteristiche il vecchio ponte offriva nel complesso un notevole ostacolo alla corrente del fiume in piena, specie ai tronchi o agli alberi galleggianti, mentre il nuovo ponte non interferiva se non minimamente con la corrente. Comunque per sicurezza il Dolci, grazie alle osservazioni dell’esperto Cortinovis, decise di far costruire sulla riva sinistra, a monte, un lungo muraglione con lo scopo di deviare la corrente verso il centro del fiume a difesa della contenuta nuova spalla di cui non si poteva fare a meno. Anche questi poderosi lavori furono realizzati sotto la direzione dello stesso Cortinovis entro il 1845 come risulta dai progetti presenti nell’archivio della Vicaria di Zogno provenienti comunque dagli archivi dell’Imperiale Regia Commissarìa Distrettuale di Zogno.

La bontà di questo progetto è dimostrata dal fatto che da allora questo ponte si è conservato integro, e quasi privo di manutenzione, sino ad oggi. Esso ha superato indenne anche l’eccezionale piena del Brembo del 18 luglio 1987 che vari lutti ha disseminato in alta valle e che tantissimi danni ha causato proprio a S. Pellegrino a causa di opere costruite in tempi recenti ignorando le esigenze ed i comportamenti dei fenomeni della natura.   

 

BIBLIOGRAFIA

1. Pietro Galizzi: San Pellegrino Terme e la Valle Brembana; Ed. Amministrazione Comunale, 1971 Bergamo
2. P. Francesco Celestino: Historia Quadripartita di Bergamo e sua provincia, volume primo (vedi varie pagine dedicate a questo problema).
3. Giuseppe Pesenti: I Quaderni del fiume Brembo – 2; Una comunità tra due ponti; Ed. comune Ponte S. Pietro, 2001.
4. Archivio di Stato di Bergamo: Fondo Dipartimento del Serio, sezione Acque, cartella 20.
5. Archivio di Stato di Bergamo: Fondo Imperiale Regia Delegazione Provinciale, sezione Acque e Strade, cartelle 92 e 341.